Alan Signani

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Con l’acqua alla gola

di Renato Delchiappo

“ L’acqua non è un prodotto commerciale, bensì un patrimonio che va protetto”. Parrebbe uno slogan di piazza, un po’ banale nella sua valenza ideologica, se non fosse che a sostenerlo è stata l’Unione europea in una direttiva del 2000 ( la n. 60).

Dovremmo rileggerla con più attenzione noi italiani, detentori del primato europeo, anzi mondiale, nel consumo di acqua minerale imbottigliata: circa 180 litri all’anno per abitante contro una media europea di 85 litri e una mondiale di 15.

Se i consumi nel nostro Paese si sono triplicati negli ultimi 20 anni lo si deve anche e soprattutto ad una martellante e persistente campagna di marketing pubblicitario operata dalla lobby dell’industria dell’acqua. Nel 2005 avrebbe acquistato spazi commerciali per 379 milioni di euro. Un giro d’affari stimato in circa 3 miliardi di dollari controllato da 12 colossi finanziari quotati in borsa che, da soli, concentrano i tre quarti della produzione totale.

Il potere di persuasione e di controllo esercitato prima sui media è riuscito poi ad influenzare lo stesso legislatore. La vicenda risale al 2003, anno in cui l’allora ministro della Salute, Sirchia, in pieno clima natalizio, con un decreto ad hoc ha tollerato la presenza di alcuni composti nelle acque minerali in palese contrasto con la normativa europea. Un bel regalo di Natale per quelle case produttrici che, sulla base della previgente disciplina, erano state dichiarate fuorilegge da ben 11 Procure.

Un tale ingente dispiegamento di forze per contrastare un nemico assai temuto: l’acqua di rubinetto, demonizzata da una diffamante informazione tesa a svalutarne le qualità. A torto.

La legislazione italiana contempla parametri più rigorosi per l’acqua che scorre negli acquedotti rispetto a quelli prescritti per la minerale, pur trattandosi in entrambi i casi di acqua che consumiamo tutti i giorni.

Se le acque minerali fossero tenute a rispettare le medesime qualità di composizione dell’acqua potabile, molti marchi commerciali rischierebbero di essere ritirati dal mercato.

Un esame di coscienza ce lo dovremmo imporre anche noi consumatori, colpevolmente circuiti da un messaggio pubblicitario talora ingannevole. Non è affatto dimostrato che l’acqua imbottigliata sia migliore di quella del rubinetto. Anzi!

Se poi consideriamo i costi, si osserva che quelli di quest’ultima si aggirano intorno a 1 euro al metro cubo (1000 litri), mentre per l’acqua imbottigliata si moltiplicano fino a raggiungere i 300 euro (al metro cubo).

Ma, di questa somma, quanta parte finisce nelle casse degli enti pubblici proprietari del demanio idrico?

La modifica al titolo V della Costituzione ha rimesso alla competenza esclusiva delle Regioni la disciplina delle acque minerali e termali. Alla base della scelta del legislatore la convinzione dell’opportunità di riservare alle singole realtà territoriali la gestione e la valorizzazione del proprio patrimonio idrico. Trattandosi di un bene “esauribile” ci si sarebbe aspettati che le venti Regioni elaborassero modelli di gestione effettivamente concorrenziali, a vantaggio dei cittadini consumatori e degli enti gestori.

Non è però in questa direzione che esse si sono mosse. Le discipline regionali sono molto differenziate, ma non esiste traccia di concorrenza. Mancano strumenti di raccordo e di confronto anche tra realtà confinanti, è possibile che l’acqua estratta in una Regione, a parità di qualità, sia, ingiustificatamente, molto più onerosa che in altre sia per l’impresa che per il cittadino. Nonostante le acque sotterranee facciano parte del demanio pubblico ben 14 Regioni su 20 non ricevono un euro per l’acqua imbottigliata dalle imprese. A quest’ultime viene richiesto solamente un “canone di coltivazione” che altro non è se non l’affitto del terreno all’interno di cui si estrae l’acqua. La Nestlè, che detiene lo scettro delle acque in bottiglia nel nostro Paese (e nel mondo), versa al Comune di Pejo (Trentino) meno di 30 mila euro l’anno per 90-110 milioni di litri che imbottiglia.

Nelle sei Regioni virtuose (Piemonte, Lombardia, Veneto, Umbria, Basilicata e Sicilia) che esigono un canone di imbottigliamento, le tariffe oscillano da 0,30 (della Basilicata) a 3 euro al metro cubo (del Veneto).

Il Veneto ha aumentato il canone di concessione con un emendamento alla Finanziaria regionale 2007 proposto da Rifondazione comunista e dai Comunisti italiani. La notizia è passata in sordina seppur rappresenti una svolta rivoluzionaria in una Regione che nel 2006 ha estratto quasi 6 miliardi e mezzo di litri d’acqua, il 20% in più rispetto all’anno precedente. Tra le proposte di reinvestimento delle somme ricavate, una parte dovrebbe servire a interventi specifici per il contenimento del prelievo delle acque ma anche per il riassetto idrogeologico del territorio (la montagna, la pianura e la laguna).

La Toscana, in cui le concessioni vengono rilasciate dai comuni, si è dotata nel 2004 di una legge che prevede il pagamento di un canone di concessione rapportato agli effettivi prelievi. Si è ancora in attesa del regolamento di attuazione. Nel frattempo Panna e Uliveto, nelle more del provvedimento, continuano a pagare la ridicola somma annuale di 46 mila euro (Panna) e 20 mila euro (Uliveto).

La Lombardia, la Regione con il maggior numero di fonti, fino al 2003 riscuoteva dalle industrie dell’acqua somme cento volte inferiori a quelle pagate dai cittadini per l’acqua di rubinetto.

Questa Regione incassa di più grazie all’aumento delle tariffe di concessione che vengono applicate però alla sola acqua imbottigliata (3 miliardi di litri); per gli altri 7 miliardi utilizzati nelle fasi di lavorazione nulla viene versato. Si badi, tuttavia, che nessuna delle 6 Regioni di cui sopra prevede il pagamento dell’acqua prelevata, ma solo di quella imbottigliata!

E che dire degli altri costi ambientali che finiscono per ricadere solo sulla collettività? Per restare alla Lombardia, nel 2001 la Regione governata da Formigoni ha dovuto sborsare la bellezza di 50 miliardi di lire per lo smaltimento della plastica (bottiglie). I 260 milioni di lire incassati dalle concessioni non sono riusciti a coprire nemmeno un decimo delle spese affrontate.

Senza calcolare le migliaia di viaggi necessari al trasporto del prezioso liquido dalle sorgenti agli scaffali dei supermercati. Chi paga il venefico impatto sull’ambiente e sulla salute?!!?

Nell’attesa che qualcuno risponda a questi interrogativi, la Conferenza Stato-Regioni ha elaborato un documento di indirizzo in materia, invitando tutte le Regioni ad uniformare le rispettive normative.

Il testo, presentato lo scorso novembre, oltre a suggerire un differente inquadramento della disciplina delle acque minerali naturali e di sorgente (che ancora oggi ricade nell’ambito di quella delle miniere) individua linee guida per l’applicazione dei canoni di concessione. Alla tariffa per l’imbottigliamento e a quella per superficie aggiunge quella per “frazione di utilizzato o emunto”.

La Conferenza Stato-Regioni, in realtà, si è limitata a tradurre (un bel po’ in ritardo!) quanto enunciato dalla Corte Costituzionale già nel 2001. Allora la Consulta aveva denunciato come il solo criterio di superficie potesse essere sproporzionato per difetto rispetto al beneficio economico che il concessionario trae dallo sfruttamento della risorsa pubblica. Inoltre, doveva essere riconosciuta alle Regioni la possibilità di inserire canoni proporzionati alla quantità d’acqua effettivamente prelevata ed imbottigliata.

E la nostra Regione come si è comportata fino ad oggi?

La legge votata nel 1988 richiede una profonda revisione. Nel testo è assente ogni riferimento all’acqua come risorsa in relazione alla sua commercializzazione, e non sono stabiliti canoni di concessione né per l’acqua imbottigliata né tanto meno per quella prelevata.

Già nel 2001 Rifondazione aveva presentato un disegno di legge di modifica del testo con lo scopo di arrestare la corsa alla privatizzazione del servizio idrico. Il progetto è stato abbandonato, ma oggi, sulla scia della proposta di legge di iniziativa popolare presentata alle Camere, ritorna alla ribalta il problema di una disciplina che anche a livello territoriale freni l’avanzata di liberalizzazioni selvagge.

Non dimentichiamoci che è proprio a seguito di vertenze apertesi a livello regionale che si è giunti all’elaborazione di un testo condiviso da presentare al Parlamento con l’obiettivo di ripubblicizzare il servizio idrico. E’attraverso battaglie come questa che si può tentare di costruire un modello alternativo di società, offrendo delle risposte alle emergenze ambientali che non siano quelle del libero mercato.

Senza dover ripercorrere la strada già battuta all’inizio del Novecento quando Italia e Gran Bretagna sottrassero alle aziende private gli acquedotti per restituirli ai Comuni, la cui ambigua gestione ha lasciato e lascia alquanto perplessi, si potrebbe pensare a soluzioni nuove.

A questo proposito in Emilia-Romagna, Rifondazione, contraria alla cessione delle fonti d’acqua ai privati, ha proposto la creazione di un’unica multiutility regionale competente in materia di beni comuni come acqua, energia e territorio. Un soggetto che, non limitando l’autonomia degli enti locali ne favorisce invece il raccordo, riducendo le distanze che si sono create tra le multiutility quotate in borsa e le amministrazioni comunali (e in ultima analisi anche i cittadini).

L’acqua rappresenta una fonte di vita, un bene comune il cui accesso è oggi negato a un miliardo e trecento milioni di persone, cifra destinata a raggiungere i due miliardi nel 2050.

Lo sfruttamento delle risorse idriche è appannaggio di un oligopolio di multinazionali che agiscono secondo logiche di produzione distruttive dell’ecosistema.

Le lotte avviate in tanti paesi del terzo mondo per smantellare tale sistema si sono rivelate motori di importanti cambiamenti sociali e politici. Battaglie come quella di Cochabamba in Bolivia, dove la popolazione è insorta contro il Consorzio Aguas del Tunari, controllato dalla Bechtel Corporation, uno dei maggiori colossi dell’acqua. Il Governo centrale, spalleggiato dalla Banca Mondiale, attraverso una fittizia gara d’appalto, ha concesso al Consorzio il monopolio assoluto di ogni fonte d’acqua. Le tariffe, secondo le stime, sarebbero aumentate fino al 300% costringendo le famiglie a versare un quarto del proprio reddito per l’approvvigionamento idrico. La protesta sollevatasi ha costretto il Governo alla retromarcia: è stato abrogato il contratto con il Consorzio e la gestione delle acque è ritornata alla Azienda municipale a cui partecipano oggi rappresentanti del Comune, dei sindacati, delle associazioni di quartiere e della Coordinadora (il Comitato di difesa dell’acqua e della vita). Il modello è quello di una sorta di autogestione basata sulla partecipazione pubblica.

Nel 2004, in Uruguay, la sollevazione popolare ha convinto il Governo ad indire un referendum che sancisse l’accesso all’acqua come diritto costituzionale. Il 64% dei votanti si è pronunciato a favore della proposta referendaria.

La corsa all’oro blu aggraverà ulteriormente i già fragili equilibri geopolitici e il divario fra nord e sud del mondo. Nuovi attori si preparano ad inserirsi nel nuovo business. A Mosca c’è già chi progetta di deviare i grandi fiumi siberiani per incrementare l’influenza politica sovietica specie sui paesi confinanti, assediati dalla siccità.

L’esperienza dimostra che solo attraverso una gestione pubblica delle risorse comuni è possibile garantirne l’accesso e la conservazione per le generazioni future.

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